Intervista FamSiamo, nelle nostre esistenze, eterni viaggiatori. Anche solo con la fantasia e il pensiero, alla continua scoperta di altri mondi e, inconsapevolmente, di noi stessi. Nel viaggio non hanno importanza la distanza e il tempo che ci dedichiamo, ma l’intensità con cui lo affrontiamo. E il viaggio ha sempre una meta, più o meno certa, a seconda se l’abbiamo definita fin dall’inizio o se è arrivata inaspettata. Quando la raggiungiamo, è lì che ci fermiamo, o poco o tanto, per riflettere se quel viaggio è ciò che volevamo.

Ed è così che si racconta una famiglia ospite alla Collina degli Elfi: «essendo noi una famiglia numerosa, composta da tre figli in tenera età (di cui il più piccolo di appena due anni) metterci in viaggio crea sempre qualche scombussolamento nella nostra routine quotidiana e un dispendio notevole di energie. Inoltre il doverlo affrontare con una meta molto lontana dal nostro paese di origine (proveniamo dalla Puglia) e con alle spalle un percorso di quattro anni nel circuito ospedaliero, porta di conseguenza alla domanda: ne può valere veramente la pena?».

Come siete poi giunti alla decisione di partire e dedicarvi una settimana alla Collina degli Elfi?

«Sicuramente il progetto della Collina ci aveva incuriositi da subito. I racconti della famiglie che ci erano già state erano così convincenti («la Collina è un paradiso terrestre dove stacchi la spina… è un’esperienza da non perdere…») da dissipare tutti i nostri dubbi iniziali. Ci eravamo fatti l’idea che la scelta delle famiglie dipendesse da una selezione preventiva dei medici del reparto e così chiedemmo delucidazioni alla coordinatrice dello stesso. Con l’inserimento del nostro nominativo nella bacheca affissa all’interno del reparto, iniziò il nostro viaggio. Ma la spinta ulteriore che ha rafforzato tale scelta è stata l’opportunità di poterla condividere con un’altra famiglia conosciuta in ospedale e con la quale c’era ormai da tempo un forte legame. Questa opportunità ci ha tranquillizzati entrambe, poiché i nostri figli avrebbero potuto giocare assieme».

Come sempre, quando ci immaginiamo un posto abbiamo anche delle aspettative, ma finché non lo viviamo non possiamo averne il diretto riscontro.

Come è stata, dunque, la vostra permanenza alla Collina?

«E’ stata un’esperienza a 360° gradi. Non abbiamo pensato al lavoro e ci siamo dedicati a noi stessi. E’ stata una opportunità per stare assieme ai nostri figli con più serenità».

«Avevo il desiderio, da parecchi anni, di portare i miei figli a pescare – dice il padre – una passione che volevo trasmettergli ma che avevo sempre accantonato per mancanza di tempo e perchè la malattia ti assorbe completamente; ma qui l’ho potuta realizzare».

E come avete visto reagire i vostri figli durante la settimana di permanenza?

«Li abbiamo visti più rilassati e, quindi, anche noi di conseguenza lo siamo stati. Si sono dimenticati di noi, non ci venivano a cercare e noi abbiamo respirato. La gestione del nostro figlio più piccolo è stata più impegnativa, ma l’apporto sempre puntuale e prezioso dei Volontari ci ha sollevati nei momenti critici».

Consigliereste questa esperienza ad altre famiglie?

«Sì, e non modificheremmo nulla di quello che abbiamo provato. Tutto era in sincronia e anche l’avvicendarsi dei Volontari durante le giornate è stato un modo per vedere sempre volti nuovi ed evitare di affezionarsi troppo».

«Vivere questa esperienza – come dice il padre – è una sorta di terapia per riconquistare la serenità dopo la malattia. Se mi fosse data l’opportunità di ritornare insieme alla mia famiglia avrei una piccola idea da proporre: poter rivedere, tramite un collage di fotografie o un video amatoriale, le giornate appena trascorse in Collina insieme alle altre famiglie. Sarebbe un’occasione finale per condividere questa bellissima esperienza tutti quanti assieme».

Intanto nel viaggio di ritorno ci sarà il tempo per ripensare e far scorrere le immagini di quello che si è appena vissuto. Dopo un viaggio si torna sempre un po’ cambiati…