famiglie«Quando si è immersi nella malattia, tutto ti appare lontano e come se il tempo si fosse fermato. Non riesci più ad immaginarti un domani, non hai più la percezione del giorno in cui vivi… Tutti i giorni ti paiono eguali. La vita è come sospesa tra un prima e un dopo: un prima e un dopo una dura battaglia…».

Parole che lasciano un segno ma scorrono con pacatezza dalle labbra di un padre che, insieme alla moglie e due figli in tenera età, hanno incontrato il fiume in piena della malattia, che con la sua forza e impetuosità li ha travolti, trasportati, levigati, creando un big bang nelle loro vite. Ma il dopo, che sembrava così lontano, ha fatto piano piano capolino e li ha condotti verso la Collina degli Elfi, un luogo che fino a poco tempo prima non era lontanamente nei loro pensieri.

Ci potete raccontare come vi siete avvicinati al progetto della Collina degli Elfi e quali sono state le motivazioni che vi hanno portato a sceglierla come meta?

«Siamo venuti a conoscenza della Collina attraverso alcuni depliant che circolavano all’interno dell’ospedale Mayer di Firenze. Il progetto ci aveva incuriositi, ma era rimasto nel cassetto; non eravamo ancora pronti ad affrontare quel dopo che voleva dire fare ritorno alla normalità. Successivamente, ascoltando una trasmissione radiofonica che raccontava di tale esperienza – attraverso la voce parlante della vostra presidentessa – si è nuovamente accesa quella lampadina che avevamo provvisoriamente lasciata spenta».

«Scegliere di venire alla collina – come afferma la madre – è stato un passo importante per ripensare e ritrovare quella normalità perduta. Sono una persona molto curiosa, anzi direi che sono quasi gelosa della mia curiosità. Avevo voglia di scoprire piano piano, passo dopo passo, cosa mi poteva offrire questo viaggio perché a volte mi piace “perdermi” dentro a ciò che mi circonda. Ma il valore aggiunto di questo viaggio è stato di poterlo affrontare tutti assieme, noi genitori e i nostri due figli. Inoltre, la prospettiva di condividere una settimana insieme ad altre famiglie che, come noi, avevano vissuto da poco il lungo e faticoso percorso della malattia, ci incuriosiva ulteriormente. Era arrivato il momento giusto per metterci in gioco tutti quanti».

La settimana che avete trascorso alla Collina è ormai giunta al termine, potete raccontarci come l‘avete vissuta?

«Il primo giorno – racconta la madre – mi sono trovata spiazzata, “girondolavo” nel vero senso del termine. Mi guardavo attorno come avessi bisogno di ritrovare me stessa. La giornata mi è sembrata lunga perché non ero più abituata a dedicarmi uno spazio tutto per me. Ma dal giorno successivo tutto è cambiato…».

«Anch’io – dice il padre – mi sono sentito “strano” ma piacevolmente accolto. Provenivo da un periodo di grande stanchezza e avevo bisogno di lasciarmi andare».

«L’aver condiviso la settimana con un bel gruppo di genitori con cui, da subito, si è instaurata una forte complicità, ci ha aiutati enormemente. Con loro è stato tutto più semplice. Inoltre abbiamo trovato un’organizzazione perfetta e le attività che abbiamo svolto erano molto variegate: alcune le avevamo già sperimentate, ma altre erano del tutto nuove e hanno acceso delle lampadine dentro di noi, che è valso la pena ascoltare».

E i vostri figli come hanno trascorso la settimana? Avete riscontrato in loro qualche cambiamento?

«Li abbiamo osservati attentamente e ogni giorno apparivano ai nostri occhi “belli” anzi, sempre “più belli” perché stavano bene. Hanno socializzato con gli altri bambini con molta facilità (sembravano addirittura tutti quanti fratelli) e questo ci ha trasmesso serenità. Nell’ultimo anno di terapie oncologiche, nostro figlio più piccolo ha accusato qualche problema di adattamento nello stare con i suoi coetanei, mettendo a rischio la sua socializzazione ma anche la sua autonomia. Invece qui alla Collina non vedeva l’ora di partecipare alle attività, affidandosi alle cure e coccole dei Volontari e dei bambini più grandi di età. L’abbiamo visto più autonomo, tanto che evitava di richiedere la nostra presenza per muoversi sia all’interno e sia all’esterno della struttura. La sua frase quotidiana “io vado giù” era un messaggio ben chiaro che non aveva più bisogno della nostra costante presenza. Il contatto con la natura e con gli animali, ha fatto sentire i nostri figli come se fossero a casa, perché hanno apprezzato di trovare qui alla Collina uno spazio simile a quello in cui viviamo e avevamo appena lasciato».

Se vi fosse data l’opportunità di ritornare, che cosa vi aspettereste di ritrovare?

«Ci piacerebbe ritrovare tutti voi Volontari… Le vostre facce, il vostro entusiasmo, la vostra preparazione e la vostra sensibilità. Ma, soprattutto, quella maniera delicata con cui trasmettete un pensiero unico di in bocca al lupo”… E non è poco!

Qui abbiamo vissuto momenti intensi e sereni, che cercheremo di custodire gelosamente, con la speranza che appena tornati a casa ci arrivi la bella notizia dal controllo medico che tutto è passato».

Il dopo è già ricominciato. E quella lampadina accesa è l’inizio di una ripresa lenta ma consapevole.

Il dopo è un sorso d’acqua assaporato a piccole dosi, che disseta il corpo e la mente e ci fa star meglio con noi stessi. Ora. Anzi, adesso…