È un caldo pomeriggio di metà luglio, l’aria de “La Collina degli Elfi” profuma di estate, di campagna, di terra calda. La Collina è assorta nel silenzio: si sente ancora qualche rumore di pentole dalla cucina, in lontananza le cicale friniscono, ma all’ultimo piano dell’ex-convento di Craviano si è immersi in un silenzio quasi surreale: è il silenzio di bimbi che dormono, di bimbi che sognano e bimbi che recuperano le energie per poter svolgere le attività del pomeriggio. Busso delicatamente alla porta e mi apre mamma S. per una breve ma intensa chiacchierata, sottovoce, per non rompere quell’incantesimo di quiete e serenità.

Sono S., mamma di A. un bimbo molto vivace di 5 anni. Ho origini peruviane, ma ormai vivo in un piccolo paese in provincia di Torino da diversi anni insieme a mio marito, che invece è italiano.

Come hai conosciuto “La Collina degli Elfi?”

In ospedale, al Regina Margherita di Torino. In realtà già lo scorso anno eravamo stati indicati alla vostra associazione per venire a trascorrere una settimana qui, dato che A. stava meglio. Ma in quel periodo A. stava facendo alcuni vaccini e ho avuto timore nell’esporlo troppo, per cui rinunciai alla possibilità di partecipare. Devo dire che in quell’occasione mi sentii particolarmente in colpa: da una parte razionalmente ero consapevole che sarebbe stata un’esperienza indimenticabile per la mia famiglia – anche perché conoscevo in ospedale diverse mamme che già erano state qui e mi avevano raccontato  con entusiasmo la loro esperienza – ma allo stesso tempo la paura e la sua irrazionalità mi hanno spinto a cedere il posto ad un’altra famiglia. Fortunatamente a volte il destino dà una seconda possibilità e siamo stati richiamati quest’anno.

Cosa avete provato quando siete stati ricontattati dalla responsabile della nostra associazione?

Ho provato subito una gioia immensa, mischiata ad un pizzico di delusione perché mio marito per questioni di lavoro non sarebbe riuscito a venire qui con noi. A. invece all’inizio non voleva venire, aveva paura di non trovarsi bene con gli altri bambini e di non riuscire a farsi degli amici. È stato proprio il nome della vostra associazione a darmi uno spunto per convincerlo: gli ho raccontato che era un posto pieno di elfi che avrebbero giocato e si sarebbero divertiti con lui; che stavamo per andare in un luogo magico. Ovviamente non ha fatto difficoltà a fare amicizia, né tanto meno a divertirsi; e, se devo essere sincera, devo ammettere che inizio a credere un po’ di più anch’io alla magia della Collina, sebbene all’inizio pensavo fosse solo un gioco di parole per bambini.

Se dovessi descrivere il tuo stato d’animo di questa settimana in una sola parola, quale useresti?

Tranquillità, senza dubbio. Finalmente dopo tanto tempo ho avuto la possibilità di rilassarmi e lasciar andare tutto quello che avevo dentro: a casa mi sentivo quasi soffocare dalle esperienze e sensazioni negative che io e la mia famiglia abbiamo vissuto. Qui invece ho riscoperto la bellezza della tranquillità, perché sono riuscita a trovare il giusto equilibrio tra le attenzioni per mio figlio e le attenzioni per me stessa. E se dovessi trovare altre parole per descrivere la mia settimana qui, queste sarebbero “organizzazione” e “preparazione”, cioè la vostra capacità di prendervi cura di noi e starci accanto.

Pensi che la Collina degli Elfi ti abbia reso diversa in qualcosa?

Avevo già visto questi occhi, quelli con cui adesso mi guardo allo specchio dopo una giornata piena di attività, mentre A. si lava in bagno le mani sporche di terra come fanno tutti i bambini: li avevo già visti nelle mamme che al controllo trimestrale incontro in ospedale e che mi avevano raccontato della loro esperienza qui in Collina. Ma è uno di quelli sguardi che non riconosci finchè non vivi la Collina sulla tua pelle. Mi era successa una cosa simile, quando io e la mia famiglia abbiamo dovuto affrontare la malattia: prima non avevamo idea di cosa volesse dire, mai più pensavamo che una simile realtà potesse, su tante persone, colpire proprio noi. Eppure è successo e abbiamo iniziato a fare i conti con molte cose, che non so se ci abbiano reso migliori o peggiori, ma sicuramente ci hanno resi diversi: abbiamo dovuto affrontare  il dolore, la paura, la solitudine. Erano cose che non capivo prima di passare le mie giornate in una stanza di ospedale con A. al Regina Margherita, ma che ora purtroppo conosco. E dopo una settimana qui posso dire di aver imparato altre cose, di essere diversa, ma questa volta posso dire con un po’ più di certezza che mi hanno resa un pochino migliore: l’amicizia, la speranza, il valore del dono. Sono cose di cui non capisci il valore fino a quando non hai la fortuna di riceverli. E sono sicura di tornare a casa alla mia vita di tutti i giorni con questo senso di profonda pace e gratitudine che mi brillano negli occhi.

E questi occhi che mi guardano brillano sul serio e parlano e raccontano storie più di quanto le parole non possano fare: e sono storie che profumano di vita e portano lontano.