VolontarioSi chiama Roberto ed oggi è qui per parlarci della sua esperienza come Volontario il giorno della Domenica, il primo passo per le famiglie che arrivano alla Collina Degli Elfi.

Ciao Roberto, raccontaci un po’ di te e di com’è nato il tuo rapporto con la Collina degli Elfi.

«Conoscevo la Collina degli Elfi già da alcuni anni al momento in cui ho deciso di iscrivermi al corso di Formazione per volontari: ne avevo sentito parlare agli eventi pubblici che Collina organizza per farsi conoscere e per raccogliere fondi. Questo nel 2013, poi, nel 2016, dopo aver visto l’annuncio di lancio per il corso annuale, ho deciso di iscrivermi», Roberto ha 55 anni ed ha iniziato a frequentare Collina, ci racconta, per poter “fare qualcosa per gli altri”.  «Per me, Collina aveva tutte le caratteristiche per poter rappresentare “quell’incontro magico”. E così è stato»

Roberto, generalmente sei volontario durante il turno della Domenica, giorno in cui le famiglie degli ospiti arrivano per la prima volta in Collina: qual è il ruolo del volontario in questa giornata e come reagiscono le famiglie durante il loro primo arrivo in struttura? Raccontaci la tua esperienza in questo turno!

«È il turno che ha scelto me o sono io che ho scelto questo turno? Nei corsi era stato chiarito ed esplicitato che avevamo l’impegno di garantire almeno quattro ore a settimana. Beh, non rimanevano molte possibilità oltre al turno della domenica: ho dato subito la disponibilità, senza avere alcuna esperienza e, in verità, senza rendermi realmente conto di cosa significasse essere in turno in occasione dell’accoglienza. Nei fatti, “l’accoglienza” è un momento particolare e molto importante, perché viviamo al “pari “delle famiglie che hanno aderito al progetto, tutti tesi a scoprire cosa potrà accadere. Nel tempo che precede l’arrivo, viviamo un “contesto invisibile” fatto di incertezze, timori, dubbi, aspettative, desiderio di contribuire alla realizzazione di qualcosa di utile e di  magico sono appunto elementi invisibili e soggettivi ma molto concreti che accompagnano fin dal primo momento la proposta relazionale tra volontario e famiglie: sta per iniziare una settimana con delle incognite e questo “contesto invisibile” è tale perché, dal punto di vista delle famiglie, queste ricevono delle informazioni rispetto alla loro permanenza in collina, ma senza troppi dettagli per specifica scelta, perché  il progetto è costruito a misura delle famiglie, ed è quindi sempre diverso, per adattarsi a tutte le esigenze»

«In sintesi, mi domando: che tipo di relazione stiamo costruendo e cosa potrà accadere?

Come volontari attendiamo con trepidazione l’arrivo al piazzale della chiesa di Craviano: c’è quasi come un conto alla rovescia, fino a quando non vediamo arrivare l’auto che porta i nostri ospiti. Noi siamo sempre pronti ad accogliere e a dare il benvenuto a tutta la famiglia, a chiunque stia arrivando, automobile per automobile. È una fase molto delicata: chi arriva in collina ci giunge dopo un viaggio che può essere stato lungo o breve, ma l’impegno e la fatica sono intrinsechi a quell’incertezza di cui parlavo prima. Arriva una famiglia che ha un figlio in remissione da una malattia, in un’occasione che, facilmente, è una delle prime in cui sono finalmente unite»

Roberto ci racconta come, in quegli attimi, la formazione del volontario sia importante: sospensione del giudizio e delle emozioni che si vivono, tutto per poter accogliere al meglio le famiglie ospiti.

«Sul piazzale», ci spiega Roberto, «tendiamo una mano per un saluto cordiale e per prendere i bagagli, col massimo rispetto e cercando di essere il meno possibile invadenti in uno spazio che, in quel momento lì, può ancora essere fragile e bisognoso di protezione». Parte tutto da questo “bagaglio”, dove spesso convivono i ricordi dei giorni passati e le speranze per quelli che ancora devono venire, un po’ più pieno  ed un po’ più pesante di quello che ci si potrebbe aspettare in partenza. È bello osservare che per i bambini è sempre costituito da giochi, pupazzi e oggetti sempre di un colore vivace e brillante! Il corridoio dietro la porta in legno della Collina degli Elfi è solo una tappa di un viaggio che incomincia da molto lontano.

«Poche volte ho avuto la possibilità di essere presente alla fine della settimana. Quest’immagine del bagaglio, di questo “peso”, cambia già nelle prime ore dopo l’arrivo in Collina: dopo la fase di accoglienza, i nostri ospiti entrano all’interno della nostra struttura, una costruzione sicuramente particolare e suggestiva da vedere, costruita in cima ad una collina e con una vista assolutamente sensazionale. Entrare dopo un lungo viaggio nella struttura dell’Associazione dà subito una sensazione di freschezza. I nostri ospiti, nelle ore successive, spesso ci dicono di essersi sentiti rassicurati dall’ambiente. Certo, è ancora troppo presto per poter dire di aver instaurato una relazione di fiducia: in questa fase accompagniamo le famiglie nelle loro camere, lasciando loro il tempo necessario per potersi riprendere dalle fatiche del viaggio. Cominciamo a parlare di quelli che sono gli spazi ed i luoghi all’interno della struttura, dalla dispensa alla cucina. Il nostro compito è di permetter loro di trovare nei piccoli gesti quotidiani, dalla preparazione di un pasto alla conservazione di un farmaco al fresco, un ambiente confortevole.

Anche qui, la relazione che instauriamo è una relazione di accoglienza e rispetto. Uno dei concetti chiave è: i volontari sono a disposizione delle famiglie, perché questa settimana sia una “settimana di buona opportunità”»

«Nel cortile della Collina, vicino all’area giochi, i bambini sono subito accolti con delle attività di intrattenimento. E già qui che si vede una prima trasformazione, proprio parlando di come “muti” questo bagaglio già nella prima giornata. Osservo l’entusiasmo dei bambini nell’essere coinvolti nelle attività sotto nel pratone, dal giocare a calcio balilla all’intrattenersi con matite e colori e, lontani una decina di metri, lo stupore e la leggerezza dei genitori,  che vedono i loro figli, ai quali sono stati attaccati ed uniti per tutto il periodo del ricovero, distaccarsi con una facilità che, spesso, confidano a noi volontari adulti, non ritenevano possibile. C’é orgoglio nei loro occhi, forse – per un istante – sono felici?

L’avvio di una conversazione è poi un’altra fase “delicata” dell’accoglienza: come padroni di casa che accolgono persone alle quali massimamente tengono, ci teniamo che si trovino a loro agio e che trovino gradevole e confortevole il luogo ed il relazionarsi con gli altri e, nello stesso tempo, sappiamo che hanno pensieri e fardelli che sono rivolti ai figli, ed a tutto quello che c’è di prima e di precedente che li ha portati qui.

La conversazione, quindi, che sia di fronte ad un bicchiere d’acqua od a una tazza di caffè, inizia e deve iniziare in maniera delicata, ma mai banale: l’innesco della possibile conversazione, che deve essere spontanea, è un elemento importante in questo lavoro»

Roberto ci racconta di come gli sia stato utile leggere “l’Arte di Ascoltare e mondi possibili” di Marinella Sclavi, un importante strumento, sia in collina che fuori, per imparare al meglio come ascoltare “l’altro” che ci sta di fronte.

«Nel tardo pomeriggio, solo per gli adulti, c’é il colloquio con Luisella Canale, dove sarà illustrato il programma della settimana. Il nostro compito è introdurli al piano superiore, dove si terrà l’incontro. Nel frattempo, ci dedichiamo alla cura della struttura»

Come si trasforma questo “bagaglio”, nel suo peso, alla fine della settimana in collina?

«Insomma, è una valigia che sicuramente si trasforma: spesso, anche in queste prime ore, si parla di argomenti importanti come la malattia dei figli, e si innestano delle relazioni e dei confronti tra i genitori sulle rispettive storie e sui rispettivi percorsi. Non sempre e non subito, ma nella valigia c’é sicuramente molto del percorso di guarigione del figlio o della figlia. In queste poche ore, anche alla presenza dei volontari, degli estranei, la valigia non necessariamente è più leggera, ma i pesi che la riempivano sono più definiti. Parlare del percorso di malattia, del lavoro, spesso dovutosi abbandonare, e della famiglia, sollecitata dalla malattia del bambino… insomma, i contenuti della valigia assumono una forma ed un colore, diventando più definiti, anche per i volontari. Molto spesso ho sentito frasi come: “nel giro di poche ore sono successe cose che non pensavo sarebbero mai accadute, chissà cos’altro accadrà in settimana”»

«Questo», spiega Roberto «è, un po’, il segnale che il biglietto da visita della Collina degli Elfi è stato raccolto, che è stato apprezzato»

Trovare del tempo per aiutare gli altri è tempo per conoscere meglio se stessi. Così, nelle ultime frasi di questa nostra intervista, Roberto Aluffi mi spiega che cosa sia per lui il volontariato e come questo possa essere importante per le persone, dalle più giovani alle più anziane.

«È un dono che facciamo agli altri. Quando ci fermiamo a riascoltarci ed a riavvolgere il nastro dell’esperienza appena vissuta, ci arricchiamo di un’informazione in più su chi siamo. A tutte le età è importante: non fare volontariato sarebbe un impoverimento ed una perdita»