INtervista famiglieDietro alle parole ci sono volti e sguardi, uno diverso dall’altro, che racchiudono storie ed emozioni. E nel continuo fluire delle stesse noi scopriamo un mondo da ascoltare e proteggere che non va perduto affinché diventi ricchezza per l’anima. Per questo le trasferiamo e intrappoliamo sopra a un foglio bianco, per farle diventare un po’ più nostre e, rileggendole, ci sembrano assumere una nuova luce, più intensa: quella del ricordo.

Nella tranquillità di una calda giornata d’estate, le spesse mura del convento di Craviano sono le discrete custodi di parole, inframezzate da silenzi e sguardi che, con leggerezza, ci fanno entrare in una piccola porzione di mondo dove due genitori e una figlia di otto anni, provenienti dal Veneto, hanno guardato avanti facendo la scelta di intraprendere il viaggio verso la Collina degli Elfi.

«Abbiamo conosciuto il progetto della Collina quando nostra figlia era ricoverata al Day Hospital di Padova, attraverso un depliant consegnatoci dalla psicologa del centro. Così ci siamo informati per sapere dai medici se fossimo in possesso dei requisiti sanitari per poter essere accettati dalla struttura. Nostra figlia sembrava desiderosa di poter trascorrere un periodo in un posto particolare, dove provare l’ebrezza di andare a cavallo e, soprattutto, di giocare con altri bambini; era, inoltre, incuriosita dalla possibilità di sperimentare qualche tenero massaggio (cosa insolita per una bimba così piccola…)».

«Io, invece, avevo qualche perplessità» – ci racconta il marito «perchè non avevo voglia di muovermi; anzi: non avevo voglia di fare niente, proprio niente…!».

E, quindi, alla fine quali sono state le motivazioni che vi hanno spinto a prendere la decisione definitiva di venire alla Collina?

«Sicuramente per il bene di nostra figlia, che aveva sempre più bisogno di stare all’aperto e in compagnia di altri coetanei. Ultimamente mostrava segni di insofferenza a dover trascorrere le giornate solo a stretto contatto con noi genitori. Inoltre, sentivamo anche noi l’esigenza di staccare da un anno di “lotta serrata” e fermarci a riflettere. Questa poteva essere anche una opportunità per confrontarci con altre famiglie che, come noi, avevano vissuto la stessa esperienza. Il Day Hospital è un po’ come un “porto di mare”, nel senso buono del termine, cioè un andirivieni di gente che rende difficoltoso instaurare rapporti più stabili. E poi la malattia ti occupa completamente la mente».

La settimana di permanenza alla Collina ha trovato riscontro rispetto alle vostre motivazioni iniziali e come l’avete vissuta?

«E’ stata da subito una bella accoglienza: il vedere un gruppo di volontari che, quando scendi dall’auto, sono lì ad aspettarti sotto il sole cocente e con discrezione e gentilezza ti fanno sentire a tuo agio, è stata un’emozione molto grande. La settimana è stata molto intensa e di arricchimento personale al di sopra della nostra immaginazione; durante il fluire delle giornate siamo sempre stati supportati da volontari molto attenti alle nostre esigenze. E abbiamo anche trovato un team di psicologi e professionisti preparati che, in ogni istante, sapevano come approcciarci: questo ci ha trasmesso molta serenità».

E’ un’esperienza che consigliereste ad altre famiglie?

«Sì, perchè è un’esperienza che ti rigenera e ti permette di fermarti a pensare un po’ a sè stessi. Davanti ai nostri occhi si sono “aperti degli orizzonti” che non avevamo pensato di trovare o ritrovare…».

E gli orizzonti sono lì in attesa che qualcuno li osservi con lo sguardo alto di chi ha voglia di ricominciare. La scelta di venire alla Collina, come afferma il padre, è stata quella giusta. Un largo sorriso non ha bisogno di tante parole…