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Ogni giorno, in diversi punti del nostro pianeta, c’è qualcuno che intraprende un «viaggio della speranza» alla ricerca di una pace interiore per sè e per la sua famiglia in luoghi più o meno lontani dal proprio paese d’origine. Un viaggio con connotazioni e motivazioni differenti: dalla fuga da guerre e privazioni utilizzando mezzi di fortuna, o alla ricerca di cure sanitarie che non trovano soluzioni nei loro paesi per mancanza di strumentazioni e professionalità adeguate.

Con lo sguardo alto, questi viaggiatori della speranza considerano gli altri paesi come ancore di salvezza – definitive o temporanee – per ricostruire un cammino di vita migliore del precedente. E così approdano in paesi per lo più sconosciuti, con alle spalle paure, incertezze e bagagli culturali da aprire con molta discrezione e senza alcuna pretesa, come ospiti attenti da ascoltare e capire.

La Collina degli Elfi è un piccolo posto tappa che ogni anno ospita alcuni di questi inusuali viaggiatori, giunti in Italia per curare i propri figli all’interno di strutture ospedaliere idonee alla malattia di cui sono inconsapevoli portatori.

Sono principalmente donne provenienti da paesi dell’Est europeo e dell’America latina, che affrontano da sole, con estrema determinazione, il distacco dalle loro famiglie (mariti, ma anche figli in tenera età), intraprendendo un cammino che non ha tempi ma solo attese. E se le osservi nella loro quotidianità all’interno della Collina, constati che non sono differenti dalle donne italiane: hanno lo stesso sguardo stanco e assorto nei propri pensieri, pieno di attenzioni amorevoli nei confronti dei loro figli, hanno le stesse lacrime ma anche gli stessi sorrisi. Non c’è differenza nell’affrontare la malattia del proprio figlio: essa passa attraverso le stesse emozioni, gli stessi travagli, la rinuncia a pensare a sè stesse per dedicarsi interamente all’altro.

La cucina dell’ex convento è una miscellanea di voci e di linguaggi diversi, di profumi e odori che ti fanno viaggiare a occhi chiusi e non è un caso se le profonde differenze tra i piatti tipici delle loro terre abbiano, in fondo, una radice comune: come se il cibo fosse uno e uno solo, in ogni angolo del mondo …

E’ un immergersi quotidiano in un fiume di altre culture, senza perdersi, guidati dalle storie che ogni donna-mamma ha voglia di raccontare. E noi stiamo in silenzio ad ascoltare per continuare a stupirci.

La malattia non ha frontiere, ci accomuna nelle nostre diversità, non ha colore, non è ricca nè povera, è solo un lento ritorno alla vita.

La Collina è lì a offrire il suo salvagente nell’immenso mare della speranza: una piccola babele che si staglia in mezzo alle colline verdeggianti.